giovedì 14 aprile 2016
CINEMATICO: AVE, CESARE!
Dalla trama principale, che in fondo si risolve con ovvia semplicità, si dipanano diverse storie, suddivise quasi in sketch, dove grandi nomi del cinema moderno (Scarlett Johannson, Ralph Fiennes, Channing Tatum e molti altri) si alternano in un cabaret di situazioni assolutamente reali, ma narrate con toni provocatori e visionari, che le trasformano in pantomime sì della cinematografia degli anni '50, ma anche del cinema contemporaneo, nella sua logica consumista.
Il protagonista, il punto fìsso di quest'opera, è il produttore Eddie Mannix (Josh Brolin in un'ottima interpretazione), che vaga per i set nel tentativo di risolvere i problemi che capitano quotidianamente, dall'attrice che rimane incinta senza essere sposata, al rapimento di una delle sue star di spicco, entrando e uscendo da set diversi, lasciando l'antica Roma e immergendosi in un musical marinaresco, uscendone poi per tornare nel suo ufficio, quasi visitando mondi paralleli, creati dalla finzione hollywoodiana che sempre fa sognare tante persone in giro per il mondo.
Nel suo vagare Mannix però deve anche affrontare una grande crisi di coscienza, che lo spinge a rivalutare la sua vita e quel che ha costruito, similmente alla crisi di coscienza del legionario del suo film in produzione, che lo spinge a considerare una nuova offerta di lavoro per un'azienda, il cui rappresentante ammette essere stata legata alle sperimentazioni della bomba h.
I Coen costruiscono una storia che è sia una critica alle meccaniche del cinema, dove i divi devono seguire le direttive pubblicitarie che programmano la loro vita e il loro futuro, dove i meriti non sono distribuiti equamente e le persone nascondono se stesse dietro a bugie e recitazione, e sia un elogio a quest'arte, che incanta e meraviglia sempre, che sempre continuerà a raccogliere intorno a se spettatori entusiasti e sognatori, mostrato senza estremismo di alcuna sorta, ma nel bene e nel male con misuratezza e visione disincantata, esponendo i meccanismi che lo muovono senza nascondere nulla, ma senza celare l'amore che si prova per un buon film, senza privare delle grandi emozioni che una scena ben recitata può smuovere in chi guarda, esibendo quindi il dualismo di quel mondo con irriverenza bonaria.
martedì 12 aprile 2016
CINEMATICO: KUNG FU PANDA 3
La saga di Kung Fu Panda sfida il pensiero comune sull'inevitabile fallimento dei sequel, producendo sempre ottimi risultati sia tecnici che narrativi, alternando poesia e ilarità, attraverso sceneggiature vincenti e un esperto team creativo, e anche il terzo capitolo resta fedele alla filosofia dell'amato franchise.
Dal punto di vista narrativo la storia assume il ruolo conclusivo e radunatore di tutti gli elementi che erano stati disseminati nei precedenti capitoli, la sorte della tartaruga Oogwai, la famiglia di Po e il suo ruolo come Guerriero Dragone connessa alla ricerca di se stesso, trovando un collegamento logico e assennato fra di essi e sviluppandolo in una sceneggiatura potente e lieve insieme, alternando senza forzature momenti di puro divertimento ad attimi riflessivi degni di un qualsiasi buon film sul kung fu.
I personaggi che nei precedenti film erano stati relegati in ruoli secondari, ritrovano ora l'importanza che spettava loro, assumendo un ruolo centrale nell'economia della storia come motori emotivi del protagonista, come spinta alla sua crescita di guerriero e alla accettazione del proprio essere.
L'animazione è ancora una volta mozzafiato e visionaria, dalla grande potenza espressiva donata da immagini e ambientazioni splendidamente create e assemblate, dai colori sgargianti di mondi inesplorati o delicati di montagne e fiori, alternando diverse tecniche di disegno e produzione, mentre le inquadrature sono studiate per creare la massima drammaticità.
Un prodotto che ha poco da invidiare ai propri recenti concorrenti e che regala sempre ottime impressioni negli spettatori.
lunedì 11 aprile 2016
CINEMATICO: PERFETTI SCONOSCIUTI
Il film mette a nudo con profonda freddezza le debolezze umane, stracciando una per una le maschere pirandelliane della quotidianità, eliminando dall'equazione le ipocrisie e le menzogne di cui i protagonisti si facevano forza e lasciandoli alla fine ad affrontare le verità che si rifiutavano di riconoscere.
Ogni personaggio si fa carico di un classico tradimento, diventando esemplare per ogni errore umano, e nel contempo rappresenta una vittima, lasciandosi travolgere dal doppio ruolo assegnato e muovendosi scoordinato da uno all'altro.
Gli interpreti sono eccellenti nel proprio ruolo, Anna Foglietta e Kasia Smutniak, le mogli stanche, Alba Rohrwacher appena sposata al traditore Edoardo Leo, Valerio Mastrandrea e Giuseppe Battiston impegnati a districarsi da una rete di bugie e incomprensioni, Marco Giallini, padre e marito esemplare. Ognuno di essi si immedesima con passione nel ruolo, fra isterismi e attacchi violenti, consapevoli del peso che i propri personaggi portano appresso, che soppesano con diligente sapienza.
Genovese nel ruolo di cosceneggiatore non sbaglia, donando il giusto ritmo alla trama e regalando battute a effetto, a volte però forse dai toni troppo retorici e predicanti, facendosi forza di frasi retoriche già sentite e risentite, ma che comunque non intaccano la resa espressiva.
Purtroppo alla regia si fa allettare dalla banalità di riprese stucchevoli e retoriche, come due anziani che si abbracciano sul terrazzo mentre le coppie si frantumano, o l'eclisse, la ricerca del pathos melensa che non dona nulla in più alla visione, mentre il campo-controcampo e i piani di ripresa non fanno altro che appesantire la pellicola.
In conclusione, una commedia italiana ben riuscita, dalle forti emozioni e dalla caratterizzazione apprezzabile.
domenica 17 gennaio 2016
CINEMATICO: LA GRANDE SCOMMESSA
Tratto dal libro del giornalista finanziario Michael Lewis, il film segue le vicende di un gruppo di investitori che prima di tutti si resero conto dell'imminente collasso finanziario e decisero di scommettere contro il mercato immobiliare. Individui diversi che entrarono in contatto spesso senza accorgersene, interagendo attraverso una rete di informazioni e di coincidenze, di voci di corridoio e azzardi.
La Grande Scommessa si pone prima di tutto l'obiettivo di chiarire al grande pubblico gli eventi di quel periodo e di rendere accessibili i termini e le modalità di quel sistema bancario, che nella sua corruzione compromise l'economia mondiale. Gli espedienti utilizzati sono di grande intelligenza e simpatia, non curandosi della logica cinematografica tradizionale, ma creando il giusto misto fra documentario, commedia e denuncia. La narrazione viene quindi inframmezzata da spezzoni video di telegiornali e cultura pop di otto anni fa, mentre personalità di ogni genere (da Selena Gomez allo chef Bourdain, da Margot Robbie all'economista Richard Thaler) si incaricano di fornire spiegazioni ai termini più complessi, attraverso esempi fisici di tutti i giorni, richiamati come deus ex machina dalla voce di Ryan Gosling, che ogni tanto si distacca dalla storia per rompere la quarta parete e rivolgersi direttamente alla platea, in una eco di The Wolf of Wall Street.
La storia non presenta eroi, ma uomini medi che seppero prevedere e sfruttare la crisi in modo da uscirne almeno loro vittoriosi, e persone come Mark Baum (Steve Carell) e Ben Rickert (Brad Pitt), disillusi e pessimisti nei confronti di un sistema corrotto, desiderosi solo di ottenere vendetta per i torti subiti.
La regia di McKay è quindi vincente, catturando con simpatia, ma senza perdere di vista l'obiettivo primario, esporre gli eventi come davvero accaddero e l'immoralità che consumò i piccoli risparmiatori per avidità.
Gli interpreti sono stati all'altezza del compito, sia i più esperti che i più giovani, come Finn Wittrock e Hamish Linklater, sul grande schermo Jamie e Porter. Menzione speciale per Ryan Gosling, che fa suo il ruolo di cinico e ambizioso investitore, e di narratore della storia, compito assolto con malizia e piacioneria, e Christian Bale, interprete del manager Burry, eccentrico e problematico nei rapporti interpersonali, che infatti si è guadagnato con merito la nomination agli Oscar.
Un film necessario per ricordare che a pagare tutti i giochi di Wall Street sono le vite di persone innocenti, soprattutto poiché, come ci viene ricordato poco prima dei titoli di coda, i CDO, i prestiti che incominciarono tutto, vengono venduti nuovamente dal 2015 sotto un nome diverso, dimostrando che imparare dai propri errori è l'atto più difficile di tutti.
venerdì 27 novembre 2015
CINEMATICO: SPECTRE
James Bond è da molto tempo nella cultura di massa la spia per antonomasia, il simbolo ereditato dalla Guerra Fredda e che ancora oggi svolge il suo ruolo nell' immaginario collettivo, con belle macchine, completi impeccabili e l'immancabile femme fatale sempre perfetta al fianco.
Spectre cade oggi forse nel tranello di un personaggio legato a una notorietà e a un'immagine così ben definite, dove la fama ha un ruolo molto importante.
La trama e la sceneggiatura si sono adagiate nella sicurezza di un ruolo ormai già confezionato, senza cercare compattezza e visione di insieme, logica e novità. Per quanto si sia cercato di connettere gli ultimi film in un progetto unico, realizzando un filone narrativo che ultimasse in Spectre, nel quale risiederebbe la soluzione alle vicende inaugurate in Casino Royale, l'intento è andato perduto, scadendo in una conclusione banale e non soddisfacente.
Situazioni ormai viste e riviste nel genere e battute a effetto già sentite si spendono nel donare deja-vu allo spettatore, fino a rendere incredibilmente semplice prevedere il corso degli eventi.
La nemesi di James si muove con disinvoltura, comparendo come sempre dal nulla, ma senza mai dare una vera spiegazione riguardo ai propri obiettivi, formulando concetti su connettività, controllo e comunicazioni, ma fermandosi lì, quasi come se nemmeno lui avesse idea di come sfruttare quel che possiede. Intanto però tutto scompare davanti alla possibilità di uccidere 007, attività nella quale all'improvviso riconquista tutta la fantasia mai sfruttata per la creazione del piano malvagio.
La figura del villain per fortuna si salva grazie alla personalità forte di Waltz, che sfrutta la sua esperienza in questo tipo di ruoli magistralmente e con freddezza calcolatrice.
Anche Ralph Fiennes si trova bene nei panni di M, a sostituzione di Judi Dench, volto ormai storico della serie, per la serietà e professionalità inglese che lo contraddistingue sempre. Infine, menzione speciale per Andrew Scott, famoso per il ruolo di Moriarty in Sherlock, che in personaggi simili trova il proprio terreno di gioco ideale.
A salvare una storia fiacca, accorre la regia di Sam Mendes, dalle riprese ben costruite, apprezzabile fin dai primi minuti, con un piano sequenza iniziale magistrale, che coinvolge fin da subito e donando una lunga scena di festeggiamenti da giorno dei morti messicano. Le immagini scelte e le locations sono meravigliose, dai colori vividi e forti, definiti e vibranti, fra ambienti diversi, natura elegante e città immortali.
Sam Mendes è quindi la salvezza del film, regalando lo spessore di cui la sceneggiatura avrebbe avuto bisogno, ma a cui ha rinunciato troppo facilmente.
lunedì 19 ottobre 2015
CINEMATICO: WOMAN IN GOLD
La pellicola racconta la lotta per riottenere i dipinti sottratti alla sua famiglia, uno scontro che coinvolge anche il governo austriaco, e mette a dura prova le convinzioni e la forza della protagonista e del suo giovane avvocato, accomunati da una storia familiare simile, da persone perdute e lasciti drammatici.
La qualità recitativa della protagonista è molto alta, come ci si può aspettare da Helen Miller, eclettica e profonda in ogni ruolo da lei intrapreso, che qui riempie con solo la propria presenza l'intero schermo, mentre Ryan Reynolds non risalta molto, sebbene in un ruolo più maturo rispetto al solito, e Tatiana Maslany, resa famosa sul piccolo schermo dai ruoli dei cloni nella serie Orphan Black, che qui da' il volto alla giovane Maria, nel periodo più sofferto della propria esistenza, durante l'occupazione tedesca di Vienna, e che di nuovo ci da' dimostrazione della propria capacità trasformistica, alternandosi in passi di danza gioiosi a addii struggenti.
Ora potremmo discutere del valore generale della pellicola. Potremmo soffermarci sul fatto che il finale può essere scontato. Potremmo ragionare che film del genere ne esistono ormai a centinaia, e nulla di nuovo può essere aggiunto ormai a un discorso più volte intrapreso, scivolando o meno in argomenti scontati e in visioni poco alternative.
Se anche tutto questo risulta vero, e dopotutto non ha raggiunto vette narrative eccezionali, non riuscendo a creare la giusta tensione, se non nei flashbacks che si alternano alla narrazione delle vicende riguardanti il processo, tuttavia una qualità importante siede sulle spalle di questa storia, e si presenta nella forma del ricordo.
L'elemento più importante della storia non è un dipinto, motore delle vicende comunque, ma l'importanza di non dimenticare mai sia i momenti più terrificanti della nostra storia, sia quelli migliori. Sebbene anche queste frasi sembrino scontate e fatte, nella vita di tutti giorni ci viene mostrato come non sempre risultino tali. La storia umana non è clemente, perché nemmeno molte persone lo sono, e questo va ricordato, come va ricordato il valore della vita di molte altre, che non hanno avuto scelta. A volte è necessario un campanello per farci tornare in mente le storie che abbiamo sentito raccontarci e questo film suona bene.
Sì il finale è scontato, ma essendo vita vera, non l'opera di uno scrittore in uno studio, può succedere, a volte la vita è irrimediabilmente banale e il cinema ama le storie con questa caratteristica.
Alla fine, Woman in Gold forse non sarà eccezionale, ha delle mancanze nella scrittura e nella resa, ma riesce bene in ciò che deve, e questo lo ritengo un punto importante.
mercoledì 16 settembre 2015
CINEMATICO: INSIDE OUT
Inside Out è esattamente quel che promette: una giostra di emozioni multicolore.
Che lo spettatore sia un bambino o un adulto, è impossibile non si immedesimi nelle vicende della undicenne Riley, obbligata a scontrarsi con la sua nuova vita a San Francisco, in seguito al trasloco della sua famiglia.
Infatti, scorrono per tutto il film situazioni, problematiche e sfide che ognuno di noi ha affrontato durante la propria crescita, o che, per i più piccoli, si stanno per affrontare.
I sentimenti, una volta semplici e lineari, all'affacciarsi dell'adolescenza si complicano e si trasformano, e non sempre sono facili da affrontare con coraggio.
Il viaggio di Gioia e Tristezza, disperse all'interno della mente di Riley, diventa quindi un percorso di crescita e un modo per comprendere se stessi, anche attraverso ai nostri mutamenti, indicati nel film dallo smantellamento delle fantasie puerili e alla nascita di nuovi interessi.
Lo studio per la resa migliore della mente, fin negli angoli più reconditi, è divertente e ben riuscita, localizzando un luogo idealizzato per ogni parte di essa, dipinta con toni delicati e sapientemente organizzata, mentre i personaggi, che risultano interessanti e sfaccettati, si muovono al suo intero e vi si addentrano, in una fuga disperata per ritornare alla postazione di comando e restituire equilibrio alla ragazzina.
Interessante l'approfondimento scientifico della psiche, che non lascia nulla all'approssimazione, utilizzando anche i termini tecnici specifici nel modo migliore, inserendo nozioni qua e là per incuriosire e istruire.
Insomma, emozionante.
giovedì 10 settembre 2015
CINEMATICO: OPERAZIONE U.N.C.L.E.
Quando sull'Europa della Guerra Fredda incombe il pericolo di una nuova guerra nucleare, l'agente segreto americano Napoleon Solo e il suo collega russo Ilya Kuryakin devono mettere da parte le proprie divergenze e nazionalità per collaborare alla risoluzione della crisi, in un mondo che ancora si sta riprendendo dalla Guerra Mondiale.
Seguendo il trend dell'ultimo periodo, che vede sempre più romanzi e, come in questo caso, serie televisive, sul grande schermo cinematografico, l'Organizzazione U.N.C.L.E (o The Man From U.N.C.L.E, se vogliamo attenerci al nome originale), classe '64-'68, riceve una rispolverata in stile Guy Ritchie, senza però, per fortuna, perdere la propria anima.
Infatti, in un'epoca come la nostra, durante la quale i film di spionaggio hanno sempre più assunto la forma di sparatutto adrenalinici, che con il famoso charme e stealth cui la nostra immaginazione è ancora legata per la professione di agente segreto, hanno a che fare poco o nulla, è bello ritrovare un tocco di eleganza nel genere suddetto.
Guy Ritchie gioca con le luci e le inquadrature per dirigere lo sguardo dello spettatore, nell'intento di sedurre con toni retrò, che fanno sentir nostalgia di Marlon Brando e di Elizabeth Taylor. Infatti gli anni '60 si sprigionano in ogni momento della pellicola, dagli abiti sartoriali maschili e geometrici e colorati per le donne, ai dialoghi e le location, la maggior parte delle quali sono italiane, la bella roma, città eterna, con le vespe, il calcio, i monumenti, e le canzoni della nostra musica leggera, che monopolizzano la colonna sonora.
Henry Cavill e Armie Hammer, rispettivamente Napoleon Solo e Ilya Kuryakin, si calano alla perfezione nel proprio ruolo, l'uno il ladro affascinante e seduttore, l'altro l'agente sovietico tormentato dal proprio passato.
I colpi di scena sono ridotti, ma distribuiti in modo da non permettere allo spettatore di appisolarsi, mentre l'umorismo prettamente britannico riesce a far ridere nei momenti giusti con il gusto giusto.
Insomma, una pellicola ben riuscita, godibile, senza la necessità di colpire con esplosioni e inseguimenti distruttivi.
venerdì 31 luglio 2015
CINEMATICO: PIXELS
Guardare un film di Adam Sandler richiede obbligatoriamente di abbassare i propri standard fin dall'inizio e anche per Pixels vale questa regola, caratterizzandosi come misto incoerente fra action movie e commedia, senza mai sbilanciarsi da una parte o dall'altra.
Questa anarchica confusione è la cifra stilistica della pellicola, che per lo meno non cerca mai di nasconderlo.
Battute e scenette ridicole affollano la narrazione, spesso sembrando più gettate alla rinfusa, per la semplice soddisfazione di sceneggiatori e cast, non permettendo alla pellicola di raggiungere la compattezza di cui avrebbe bisogno per sembrare un prodotto completamente finito.
Una buona quantità di scene d'azione comunque sono state ben confezionate, come la corsa di Pac-man o la battaglia contro Centipede, e il buon lavoro sull'animazione degli effetti speciali aiuta a dare valore alla storia.
Tuttavia, come già detto, le aspettative vanno ridimensionate. Fatto ciò, resta quel che davvero è questo film, ovvero una sgangherata miscela eterogenea di generi e gag, nel quale le citazioni dei magici anni '80 servono spesso più a ricordare con nostalgia e allegria un periodo della nostra infanzia, che ad aggiungere qualcosa in più, destino condiviso, per esempio, dal tenero Qubert, dal cane di Duck Hunt e da Mario. Visto sotto quest'ottica si può apprezzare come semplice sfornatore di risate gratuite e di memorie, che non pretende nulla dallo spettatore, se non leggerezza e relax.
martedì 20 gennaio 2015
CINEMATICO: LA TEORIA DEL TUTTO
Ogni storia si piega al passaggio del tempo, che assembla e scompone gli eventi e le persone, mutando il proprio corso, fin dalla nascita dell'universo, riguardo alla quale Stephen Hawking ha votato la propria vita allo studio, cercando di comprenderne l'inizio e l'espansione, le singolarità che lo caratterizzano, cercandone l'equazione fondamentale.
Lui, colpito dalla malattia del motoneurone, che lo costrinse alla paralisi e alla condanna ad una vita troppo breve, almeno secondo i medici dell'epoca.
La biopic a lui dedicata, tuttavia, si concentra in special modo sulla sua vita personale, sull'amore e sul matrimonio con Jane, compagna della maggior parte della vita. Ispirata dalla biografia scritta proprio da lei, il film si compone di ritagli dei momenti più importanti, l'uno a fianco dell'altro, fra difficoltà e affetto.
Redmayne è un degno Hawking, equilibrato fra la malattia e il carattere allegro e giocoso, somigliante sia nel fisico che nelle azioni, supportato sullo schermo dalla giovane Felicity Jones, interprete di Jane, il cui ruolo si impone fortemente per tutta la pellicola, mai messa da parte, ma dimostrandone l'importanza nell'esistenza dello scienziato, presente passo a passo.
Il cast è il maggior punto di forza, garantendosi un posto alla notte degli Oscar, capace di reggere i rapidi cambi di atmosfera senza sbagliare mai.
Jóhann Jóhansson firma la colonna sonora, anch'essa candidata all'Oscar, meravigliosa e dolce, delicata ma emozionante, cornice perfetta per ogni immagine.
La regia di James Marsh, noto per i documentari e vincitore di un oscar per Man on Wire, di solito molto vicina alla realtà delle storie che racconta, qui risente della presenza della casa di produzione, famosa invece per le commedie romantiche. La storia, quindi, si colora dei toni del rosa, mettendo al primo posto l'amore, come già detto, ma in modo troppo stucchevole, poco credibile, idealizzando la vicenda, fino al finale candido fino all'eccesso.
Comunque sia, la scelta di inquadrature e di montaggio si risolve in una grande poeticità, con l'universo sempre presente, richiamato da immagini splendide che si fondono elegantemente con la quotidianità, e il tempo viene riavvolto, fermato, manipolato, mentre Stephen ne dipana piano i misteri, mostrando ancora una volta alla fine ogni passo compiuto per arrivare ad oggi.
Un film dunque ben riuscito, gentile nel suo fluire lento, da vedere.
domenica 18 gennaio 2015
CINEMATICO: THE IMITATION GAME
Enigma, come può far intuire il nome, fu uno dei più grandi misteri della seconda Guerra Mondiale. Il sistema di crittaggio inventato dai tedeschi, infatti, mise in crisi gli Alleati, in grado solamente di intercettare messaggi a loro incomprensibili. Ma il genio di Alan Turing, matematico inglese, permise di risolverlo e di vincere la guerra più rapidamente.
Benedict Cumberbatch è la stella del film, non solo per il ruolo concessogli, ma anche per la brillante performance che è riuscito a regalare.
Ogni gesto, ogni lacrima, ogni risata, sono soppesati con diligente premura, dedicata a caratterizzare nel migliore dei modi l'animo del grande scienziato, da lui mostrato nelle fragilità e incongruenze, nella propria reale natura, nascosta agli occhi del mondo, di uomo che, dietro a un volto impassibile e problemi nelle relazioni, ama e sogna, combatte fino alla fine, scontrandosi con vittorie, sconfitte e le loro conseguenze.
La corsa per raggiungere la verità diventa sempre più frenetica, fino a diventare il motore della storia, la ragione per cui i personaggi, i cui interpreti si dimostrano magnifici, si muovono sul palco, indossando però una maschera che ne copre il vero volto. La verità sembra sempre a portata di mano, ma appena sfiorata, viene nascosta di nuovo, dal doppiogioco in una guerra sfiancante e crudele o dalla società che non è in grado di accettare.
Turing è vittima di questa realtà, proprio lui che non si frena mai, nelle parole e nelle azioni, dicendo sempre ciò che pensa senza remore. Una condanna per atti osceni e la castrazione chimica, molto debilitante, lo puniscono per omosessualità, al tempo proibita per legge, sconfiggendolo là dove la guerra non era arrivata, nel momento in cui non mente.
"Cosa sono allora, un uomo o una macchina?", chiede disperato, alla fine della propria storia, senza ricevere una risposta. Cos'era lui, un uomo che viveva seguendo il proprio corso, o una macchina che seguiva le regole impostegli?
Una storia ben descritta anche dalle riprese, dai colori vividi, inframezzate da immagini storiche, mentre la videocamera sceglie movimenti rapidi, per cogliere il susseguirsi spasmodico degli eventi.
Se vogliamo trovare delle fragilità in questa pellicola, allora forse la fedeltà storica non è sempre precisa. Si sa di un amico del college di nome Christopher, ma non il rapporto reale che li legasse. La causa della sua morte non è chiara, anche se quella ufficiale è suicidio come indicata nella conclusione della pellicola.
Comunque, rimane un vero piacere da guardare, che di certo si merita la candidatura agli Oscar, sia per il cast sia per la produzione.
mercoledì 24 dicembre 2014
CINEMATICO: BIG HERO 6
Ancora una volta Disney non sbaglia.
Con il suo secondo film sui supereroi (dopo Gli Incredibili) riesce a entrare di nuovo nel cuore della gente, sia grandi che piccoli, sviluppando una storia emozionante e vincente.
Al di là delle solite tematiche che la casa di produzione ama trattare (amicizia, famiglia, speranza...), il prodotto si rivela ben riuscito senza annoiare con situazioni già viste.
I personaggi sono ben scritti e l'amabile Baymax conquista con la sua ingenua simpatia e la sensibilità robotica, mentre scopre il mondo e comprende pian piano il cuore degli uomini, specialmente del suo "paziente" Hiro, il ragazzino prodigio che lo ha riattivato.
Interessante da notare è l'attenzione nei confronti della fisicità, soprattutto femminile, che qui non si ferma a un solo modello, ma varia le altezze, le taglie e le forme, a differenza di Frozen, per citare l'ultimo.
La scienza viene mostrata attraverso l'occhio entusiasta dei "nerds" da laboratorio, come vengono definiti nel film, e quindi come realmente è, ovvero la materia delle scoperte, della meraviglia, della fantasia di nuove soluzioni e scoperte, dove circuiti si incastrano per creare tecnologie incredibili e atomi invisibili a occhio umano si fondono per realizzare ciò che siamo e che ci circonda, e non è più la materia noiosa e rigida, studiata da persone tediose e tristi come in molti pensano.
San Fransokio (già il nome dice tutto) ospita un'amalgama fra manga e marvel, come si vede anche nelle scelte stilistiche nel disegno, cogliendo il meglio dei due generi e creando un mondo assurdamente credibile, dove la cultura giapponese si fonde a quella americana. I celebri tram di San Francisco corrono fra pagode e grattacieli, mentre il Golden Gate Bridge ottiene le decorazioni tipiche della cultura nipponica.
La storia emoziona e lascia con il fiato sospeso, muovendo a sbalzi d'umore lo spettatore, fra divertimento, tristezza e suspence, lasciandolo soddisfatto alla conclusione di quella girandola.
Consigliato a tutti.
domenica 14 dicembre 2014
CINEMATICO: MAGIC IN THE MOONLIGHT
Stanley Crawford, conosciuto dal pubblico come l'illusionista Wei Ling Soo, ha conquistato fama grazie alle proprie abilità di prestigiatore e all'attività di cacciatore di finti medium. Ed è proprio in questo ruolo che viene invitato dal suo amico, l'unico a cui è riuscito a legarsi a dispetto del proprio carattere scorbutico e pessimista, a recarsi in una villa nel sud della Francia. Una giovane donna ha infatti conquistato le simpatie di una ricca famiglia grazie ad evocazioni e percezioni psichiche e Stanley riceve la nuova sfida di smascherarla, anche se potrebbe essere più difficile di tutti i precedenti casi da lui affrontati.
La storia si snoda fra l'agiata borghesia degli anni '20, dove i problemi sono pochi, ridotti a scappatelle amorose e a viaggi esotici, fra feste e ville immerse nel verde. La leggerezza di quella parte della società influenza tutto il corso della pellicola, durante la quale la narrazione scorre senza scossoni e si adegua alla visione rigida del protagonista, incastrando ogni pezzo con perfezione meccanica, ma comportando inoltre una esagerata lentezza, anche rispetto agli standard di Allen.
Temi già trattati più volte dal regista, come le menzogne, la gioia di vivere, la scelta, si sviluppano sullo sfondo della magia e dell'occulto, anch'essi già fin troppo sfruttati (ricordiamo Scoop, La Maledizione dello Scorpione di Giada, Incontrerai l'Uomo dei tuoi Sogni... E molti altri). Rinuncia alla novità, Allen, per il "già visto", per argomenti già digeriti da tempo dal pubblico, che deve accettare il passato "perchè è Woody Allen".
Nel frattempo però, in un film definito commedia romantica, quel che manca è proprio l'emozione, dettaglio decisamente insignificante, certo. Anche quando i protagonisti sembrano provare sentimenti forti, non convincono mai del tutto.
Almeno due risate riesce a strapparle, con lo humour che lo caratterizza sempre per la spietata visione della realtà e il cinismo nei confronti della vita e della società.
Note positive sono il cast, con il molto british Colin Firth nei panni di Stanley Crawford, elegante e ragionato nella veste di pessimista incallito, amante di Nietzsche, e Emma Stone, ovvero Sophie la veggente, dolce e sagace, che rialzano le sorti del film, e la fotografia.
Vetture scoperte sfrecciano sulle strade della Francia, a strapiombo sul mare blu e azzurro e circondate da vegetazione lussureggiante, illuminata dal sole caldo, creano un paesaggio suggestivo, un sogno luminoso e limpido.
Per lo meno resta questo a togliere il fiato.
sabato 8 novembre 2014
CINEMATICO: INTERSTELLAR
Combattere, scoprire, oltrepassare i limiti sono le prerogative umane. Siamo esploratori e pionieri che guardano il cielo agognando l'infinito e l'ignoto, tendendo la mano per afferrare le miliardi di luci che splendono al di là dell'esosfera.
Cooper ne è l'esempio nolaniano, astronauta confinato in un mondo ormai finito, dove la polvere ricopre tutto e la morte si espande per abbracciare i resti di una umanità sconfitta. L'unica speranza rimane lo spazio, dal quale giungono segnali di una civiltà sconosciuta, che spinge a raggiungere nuovi pianeti da colonizzare.
Il Nolan sceneggiatore manca della necessaria introspezione, ma non di influssi da ogni tipo di opera letteraria e cinematografica scientifica (Incontri ravvicinati del terzo tipo, Asimov, Douglas Adams...), volutamente o non, mentre il Nolan regista mostra immagini di rara bellezza, grazie al settore fotografia ed effetti speciali, che tuttavia non aiutano a rendere più leggere quelle due ore e quarantanove minuti, troppo lente a scorrere via.
La meraviglia di un universo reso splendidamente e la disperazione per un futuro da proteggere incerto si fondono in una storia raccontata attraverso la logica scientifica delle leggi fondamentali e delle equazioni, creando un distacco non così apprezzabile dalle emozioni che la narrazione dovrebbe ripromettersi di creare. I discorsi ispirati sui sentimenti assumono una forma bidimensionale, perdendo forza e omologandosi alla ferrea razionalità della pellicola.
A correre in aiuto, regalando la drammaticità mancante, arrivano i protagonisti, Matthew McConaughey, Anne Hathaway e Jessica Chastain, i primi due dimostrando che l'oscar era ben meritato.
Il tema principale, che fluttua nell'aria per tutta la proiezione, richiamato a volte dai personaggi come una bandiera a cui aggrapparsi, è l'amore. L'amore paterno, filiale, romantico, per la vita, tutti sono i motori di ogni azione, di ogni scelta, dalla protezione al tradimento. È per esso che ogni protagonista si rincorre spasmodicamente, alla ricerca del tempo perduto e di un tempo ancora da vivere insieme.
Ed è il tempo il vero antagonista, il suo relativo succedersi, rendendo ore anni e anni ore, allontanando le persone che restano sulla Terra e invecchiano dagli astronauti che mantengono lo stesso aspetto, allontanandosi piano l'uno dall'altro.
Lottare resta la sola cosa da fare per garantirsi il futuro che si desidera, per se stessi e per coloro che si amano, non accettando la spiegazione logica, ma agendo in modo da far accadere tutto ciò che può accadere.
"Non andartene docile in quella buona notte"
giovedì 25 settembre 2014
CINEMATICO: LUCY
Purtroppo, la speranza risulta vana.
La natura di questa pellicola è decisamente in grado di affascinare lo spettatore, similmente a una lampada luminosa per degli insetti. Tuttavia, appena la luce viene spenta, rimane veramente poco di quei novanta minuti seduti alle poltroncine del cinema.
Se le premesse risultavano interessanti, anche se scientificamente poco esatte (ma d'altro canto non ci aspettiamo verosimiglianza in questi casi), non sono state sfruttate adeguatamente.
Scene di inseguimenti con automobili, sparatorie molto scenografiche e fredda determinazione dei personaggi, sia buoni che cattivi, costruiscono una storia esagerata priva di vere sorprese. L'emotività è bandita quasi completamente, a parte un paio di scene subito sommerse da una nuova sequenza adrenalinica.
I personaggi secondari fanno parte dello sfondo e vivono la storia ai margini, persino Morgan Freeman, mentre l'attenzione si focalizza completamente su Lucy, ovvero Scarlett Johansson, che regala una grande interpretazione, superiore al film stesso.
Il finale, che qui non racconto, lascia l'amaro in bocca, con un messaggio che cerca in ogni modo di essere compreso, ma rimanendo poco chiaro fino in fondo, mostrando come disperatamente abbiano cercato di ridonare un barlume di profondità alla trama.
Da vedere certamente, ma non apprezzato completamente.
Echo
sabato 31 maggio 2014
CINEMATICO: MALEFICENT
Tutti avranno in mente la versione de La Bella Addormentata nel Bosco della casa di animazione più famosa del mondo, nella quale una principessa cade vittima di un maleficio operato da una infernale strega dalle corna nere, accompagnata dal fedele corvo.
L'idea di base viene qui mantenuta, ma la storia viene arricchita da nuovi retroscena, in grado di dare maggiore profondità alla figura di Malefica.
Diventa quindi una fata, la più potente del regno magico, dotata di grandi e magnifiche ali. Ma un giorno, in seguito all'inganno del futuro re, le vengono portate via, e la giovane si riempie di rabbia e odio, che la spingono a maledire la piccola figlia del suo nemico. Ma il suo cuore non è del tutto nero come può sembrare...
Angelina Jolie è una splendida Malefica, dal fascino incontenibile, capace di dare mille sfaccettature al suo personaggio pieno di contrasti. Grazie alla sua abilità un semplice sguardo o sorriso diventa la chiave per comprendere le azioni della fata e i suoi sentimenti più nascosti, umanizzandola con una forza interpretativa rara.
Ad aiutarla una storia di gran lunga migliorata rispetto alla classica, perché, in fondo, chi ha mai davvero creduto che potesse maledire un intero reame e una bambina solo per non essere stata invitata a un battesimo?
I personaggi secondari sono ben studiati, rendendo interessanti i vecchi (come le fatine pasticcione) e creandone di nuovi affascinanti (il corvo viene quindi spesso trasformato in umano arguto vestito di nero).
L'animazione delle figure magiche è ben riuscita, in grado di creare un mondo fiabesco e meraviglioso, dove fate luminose danzano sull'acqua e draghi simili a pesci fluttuano nell'aria con eleganza.
Solo una volta sono riuscita a individuare una piccola pecca, ovvero nella prima animazione di volo della Malefica bambina, dove il movimento poco fluido e lineare rendeva ben visibile l'artificio dietro all'azione.
Unica perplessità: perché, se all'inizio era una creatura buona e compassionevole, guardiana del bosco, fin da subito il suo nome è "Malefica"? Forse sarebbe stato più indicato creare una scusa perché questo non avvenisse immediatamente.
Comunque, ottimo film, nel quale molte idee precostituite fin da quando eravamo bambini si sfaldano gentilmente, per consentire al cattivo, almeno questa volta, di ottenere il lieto fine.
Echo
domenica 20 aprile 2014
CINEMATICO: TRANSCENDENCE
La storia racconta di uno studioso di intelligenza artificiale che, vittima di un attentato, muore poche settimane dopo, lasciando l'innamoratissima moglie e il lavoro incompiuto sulla singolarità. La donna riesce, però, a trasferire l'ego dell'uomo nella memoria di un computer. Questo porterà gravi conseguenze nel momento in cui l'I.A. riuscirà a collegarsi a internet e comincerà a crescere e a migliorarsi.
Per quanto l'idea iniziale possa risultare interessante, l'attuazione non è stata delle migliori.
Innanzitutto, l'intento sfugge per tutta la durata della pellicola. Vuole essere un thriller, un film di fantascienza o una storia d'amore? Vuole farci riflettere sui rapporti sentimentali o sulle implicazioni etiche della tecnologia? Tutt'ora rimangono insoluti questi misteri.
l'insieme non omogeneo di tematiche sfocia quindi in una narrazione confusa in cui nessuna di queste viene veramente analizzata e tutto rimane a galleggiare sulla superficie della storia.
In secondo luogo, bisogna parlare del cast, ottimo, certo, con nomi importanti quali, in primis, Johnny Depp, Morgan Freeman, Cillian Murphy, ma che pecca, purtroppo, non riuscendo a entrare in sintonia l'uno con l'altro.
In particolar modo Depp e Rebecca Hall, che sebbene dovessero rappresentare una coppia di innamorati, pronti a sacrificare tutto per continuare a stare insieme, non sono ci sono riusciti completamente, dimostrando quanto sia difficile trovare la sintonia con l'attore, come è già successo in The Tourist con Angelina Jolie.
Il copione non ha aiutato: lo spettatore difficilmente riesce a comprendere il vero spessore del loro amore, trattato nella sua sfera completa superficialmente e fin troppo rapidamente.
Punto a favore è la regia di Wally Pfister, che ha lavorato spesso con Christopher Nolan, come ne Il Cavaliere Oscuro. Le scelte di ripresa sono molto belle, con immagini stupende e colori vividi. Sicuramente la nota positiva dell'intero film.
Peccato, quindi, perché le premesse erano ottime, la narrazione poteva catturare, ma per pecche di sceneggiatura e per la mancanza di coesione nel cast non riesce a sviluppare le sue potenzialità.
Echo
sabato 1 marzo 2014
CINEMATICO: THE WOLF OF WALL STREET
Negli anni '80 di Wall Street si consuma la vita del protagonista, che raggiunge le vette della società truffando e depredando i meno abbienti di Brooklyn.
Scorsese dimostra ancora la sua tendenza all'eccesso, rendendo la sua opera una montagna russa senza freno, che in fondo alla corsa riduce allo sfinimento e allo stordimento.
L'attore fa sue tutte le emozioni del personaggio, rigettandole di fronte alle telecamere con potenza insuperabile, dalla rabbia alla follia da stupefacenti, mentre con sorriso languido e affascinante spiega direttamente in camera, con un gioco di regia che vuole coinvolgere ancora di più il pubblico nella ragnatela costruita, la terminologia da broker e le tecniche di truffa usate in tutta la pellicola.
giovedì 26 dicembre 2013
CINEMATICO: LO HOBBIT- LA DESOLAZIONE DI SMAUG
Il viaggio continua per la Compagnia di Thorin Scudodiquercia. La desolazione di Smaug si estende davanti ai loro occhi e la montagna non sembra poi così lontana. Ma non si puó tirare un sospiro di sollievo, perchè l'oscurità cerca sempre di sbarrare loro la strada, mentre un nemico dimenticato da molti si manifesta. Disgregazioni e emozioni contrastanti minano la riuscita dell'impresa e l'esistenza della Compagnia, mentre il drago dormiente si prepara a risvegliarsi.
Da anni ormai le trasposizioni cinematografiche delle opere di Tolkien continuano a incantare il pubblico, proponendo il mondo variegato della Terra di Mezzo, magica, selvaggia e misteriosa.
È così anche per il secondo capitolo de Lo Hobbit, nel quale ritroviamo Bilbo, non più tanto il timido hobbit che abbiamo conosciuto nella Contea, il gruppo di nani guidati da Thorin, sempre più deciso a riconquistare ciò che ritiene suo di diritto, e Gandalf, impegnato in una dura lotta contro il male. Compaiono anche nuovi personaggi, come l'elfa Tauriel, e vecchi, come Legolas, non presenti nel libro, probabilmente inseriti per dare più forza a una storia sì bellissima, ma non movimentata come il pubblico si aspetterebbe da un fantasy, per lo meno non in questa parte.
C'è poco da dire, in realtà. La regia di Peter Jackson è perfetta, come già abbiamo avuto l'occasione di notare ne Il Signore degli Anelli.
Pollici in su per il casting, che ha trovato il volto giusto a ogni personaggio, ricordando Martin Freeman nei panni di Bilbo, nella quale se la cava egregiamente, e Lee Pace come Thranduil, re degli elfi silvani e padre di Legolas, che interpreta con straordinaria abilità, connotando attraverso gesti ed espressioni il carattere del suo personaggio, emozionando per la sua resa quasi teatrale.
Effetti speciali eccezionali con trovate splendide. Per esempio, ho apprezzato in particolar modo il ventre del drago che diventa incandescente mentre si prepara a sputar fuoco. La creatura è stata ben resa, con un design accattivante che incute timore, particolareggiato e curato.
Ora attendiamo (poco) pazientemente un anno, per assistere all'ultimo capitolo e dire così addio, con malinconia e dispiacere, la Terra di Mezzo.
Echo


